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Val di Sella. Bosco di faggi. VICENTINI, Luigi.

  • Val di Sella. Bosco di faggi.
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VICENTINI, Luigi.
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  • CODICE PRODOTTO: 105793

  • Autore:
    VICENTINI, Luigi.
  • Titolo:
    Val di Sella. Bosco di faggi.
  • Casa Editrice:
  • Anno:
    1970 ca.
  • Stato di Conservazione:
    Buono, ordinari segni d'uso e del tempo.
  • Descrizione fisica:
    70x50 cm, olio su tavola, in cornice.
  • Note:
    Firmato in basso a destra. Nato a Pomarolo nel 1901, iniziò a palesare la sua precoce inclinazione artistica già a scuola, disegnando su libri e quaderni qualunque cosa lo colpisse.Ed il suo maestro - tale Beghella - lo incoraggiò ad approfondire quella naturale predispo-sizione tanto che verso i diciotto anni avendo compreso che al paese natio avrebbe potuto fare solo il contadino fece fagotto e se ne andò a Milano alla ricerca di «esperienza». All'inizio lavorò come aiuto di un mercante d'arte (Wilmann) che aveva bottega in via dell'Orso, quindi, avendo compreso che l'arte oltre che comprarla e venderla bisognava anche «praticarla», si iscrisse alla Scuola d' Arte Applicata del Castello Sfor-zesco, avendo come insegnante il prof. Albertini, e infine si trasferì all'Accademia di Brera dove conobbe artisti del calibro di Palanti, Grandi e Comolli. Dopo cinque anni di studi seguiti con dedizione ma anche con grandi difficoltà economiche, fu chiamato a Legnano per collaborare con il prof. Turri che stava lavorando alle decorazioni del Duomo, una breve parentesi che però lo arricchì di importanti esperienze di lavoro «sul campo». Poi, verso il 1927, ritornò a Milano dove la sua opera era questa volta richiesta dal prof. Marchioro, per collaborare alla realizzazione delle scenografie del Teatro della Scala. In quel periodo milanese, conobbe e frequentò altre personalità come il Rovescalli, Rota, Caramba, Leonardo di Lazzaro, Virgilio da Pavia ed il futurista Cesare Andreoni con il quale ebbe anche molti scontri ideologici su arte d'avanguardia e arte della classicità. Ma tutte queste esperienze non lo soggiogarono, tant'è che nel 1928 nonostante la prospettiva di una brillante carriera come scenografo, si trasferì sulla riviera ligure, alle Cinque Terre. E fu proprio laggiù, sulle rive di Portofino, S. Margherita e Zoagli, che videro la luce i suoi primi quadri di pittore non decorativo, ma di artista en plein air. Ma anche questa volta, dopo un anno di quella vita, se ne ritornò nuovamente a Milano, che usò però solo come base per frequenti puntate in Brianza, sino ad Erba e Ponte Lambro, dove si ritrovò con entusiasmo a dipingere quelle montagne che gli ricordavano quelle della sua Vallagarina. Le gratificazioni, già allora, erano poche: il suo verismo, quasi didascalico, non riusciva a fare breccia in un'area artisticamente già smaliziata alle offerte della grande metropoli. Così, nel 1929, dopo due anni di quella vita e dopo una breve puntata a Venezia, rientrò tra le sue montagne, quelle montagne che appunto i lavori del precedente biennio già reclamavano con forza, se non quasi con nostalgia. E in quello stesso 1929 si presentò a Rovereto con una mostra personale dei suoi migliori lavori, proprio per affrontare subito il pubblico locale.Ricordava Talieno Manfrini di averlo conosciuto proprio in quella circostanza, allorché si ritrovò a commentare benevolmente ed a voce alta un suo lavoro. Vi era infatti esposto uno scorcio di paese con una facciata di casa rugosa e d'un bianco talmente intenso da sembrare sgretolarsi al sole. «Un bianco che ti fa sudare», commentò con spontaneo entusiasmo Talieno Manfrini, al quale, da dietro le spalle, I'autore replicò con un «E' giusto! C'è la violenza dell'estate sui nostri monti». Inutile dire che da quel momento i due divennero amici, e il primo seguì con via via la carriera dell'altro non solo con ammirazione ma anche con commozione proprio in virtù della disarmante «semplicità» della sua pittura.

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