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ARTE & LIBRI

Opere

Presentazione

Carlo Andreani.

Carlo Andreani è nato a Roma nel 1905. La sua famiglia di origine mantovana si era trasferita a Roma, dove il padre lavorava come esattore. Carlo era l’ultimogenito e aveva appena 5 anni, quando suo padre, oberato dai debiti, si tolse la vita e la madre si trovò costretta di tornare a Mantova con i suoi 4 figli. Le difficoltà economiche che la famiglia incontrò al ritorno, erano enormi e nonostante gli aiuti dei parenti la loro situazione finanziaria rimase precaria. El Carlin’ (come lo chiamavano affettuosamente le sue tre sorelle), che fin da piccolo amava disegnare e dipingere, dovette mettere in un cassetto il suo sogno di diventare pittore e vivere solo della sua arte. Con l’aiuto della sorella maggiore, che già lavorava, si era iscritto alla Civica Accademia di Belle Arti di Modena, ma non arrivò a completare gli studi, visto le condizioni economiche della famiglia, (che viveva con il sussidio del Comune di Mantova) tuttavia, vinse fortunatamente una borsa di studio per poter recarsi a Venezia e perfezionarsi ulteriormente presso i Maestri Alessandro Poma, Cagnaccio di S. Pietro ed il prof. Destefani. Dopo una breve parentesi di apprendistato presso un intagliatore di cornici a Milano, Andreani tornò a Mantova per entrare come apprendista  dai, allora, famosi maestri di restauro Steffanoni e Raffaldini. A quell’epoca, Mantova era la fucina di grandi maestri restauratori e Andreani dopo il canonico quadriennale apprendistato, fu subito adibito dai suoi maestri al restauro pittorico, per il quale aveva dimostrato un gran talento fin dall’inizio. Prese parte al primo importante restauro degli affreschi di Giulio Romano nel palazzo Te a Mantova, nel Palazzo Ducale, nella Basilica di S. Andrea e nella Cattedrale. Conobbe il Trentino, quando venne incaricato del restauro di un ciclo di affreschi dell’VIII secolo nel Santuario di S. Romedio e in quell’occasione conobbe anche la sua futura moglie trentina. Nel 1945 gli venne affidato il restauro di un affresco del Pisanello a Mantova ed altri lavori di consolidamento e di restauro nella vicina Verona, dove la guerra aveva danneggiato molti dipinti murali. Nel 1949 trasferì la sua residenza a Trento, continuando la sua attività di restauratore sui più preziosi affreschi, ed in particolare curò il restauro degli affreschi carolingi in Val Venosta e il restauro dei cicli d’affresco nel Chiostro di Bressanone. Cito solo questi due, fra i tantissimi restauri svolti, perché Andreani era rimasto profondamente influenzato dall’essenzialità  delle figure carolingie, come dall’incontro fra la pittura nordica con quella italiana, che si specchia negli affreschi del Chiostro di Bressanone. Ma, sebbene amasse il suo lavoro, per tutta la vita gli rimase un po’ il rimpianto per non aver potuto viver d’arte e si rammaricò spesso del poco tempo che gli rimaneva per fare veramente ciò che lo interessava maggiormente. A differenza di altri restauratori-pittori, Andreani non si dilettava semplicemente a dipingere, ma sperimentò come uno sdoppiamento fra due mondi; da una parte il restauro e la figuratività, dall’altra la sua ricerca in cui si interrogava per tutta la vita sull’essenza di ciò che la pittura, se è davvero Arte, può rivelare. Era un artista con una severissima autocritica e anche la sua partecipazione da giovane alla Biennale di Brera nel 1932 e quella nel Palazzo della Permanente a Milano nel 1935, che lo videro esporre accanto ai grandi nomi dell’arte italiana del ‘900, non lo soddisfacevano fino in fondo. Andreani voleva andare oltre e non vedeva nella pittura figurativa il suo punto di arrivo, ma considerava la figurazione sempre e comunque un importante tirocinio, che gli avrebbe permesso, una volta superati gli scogli della figurazione dal vero, di giungere a quel misterioso quid che fa di un’opera d’arte qualcosa che va oltre il conosciuto, oltre la raffigurazione in se stessa. Nei suoi disegni, la morbidezza grafica è spesso esaltata dai colori puri che rivelano Andreani come gran colorista. In tutte le sue opere, dove impiega il colore, la fusione fra segno e colore risulta perfetta, ma ciò che l’artista persegue è soprattutto l’essenzialità della composizione, per cui molti dei suoi disegni sono in bianco e nero per scelta dell’artista. Un giorno, io, che sono molto amante del colore, ho chiesto al mio Maestro di restauro per quale motivo, egli avesse progressivamente ridotto il colore, fin quasi ad eliminarlo del tutto, nelle sue opere materiche, e lui mi disse, che sentiva in se il bisogno di smaterializzare il mezzo, perché solo così poteva andare oltre. E mi faceva il confronto con lo strumento musicale. Cos’è che nella musica distingue il virtuosismo dall’Arte? mi chiedeva. La risposta è semplice, quando il musicista ci fa dimenticare lo strumento che sta suonando, in quel momento immediato ci trasmette  l’essenza, che l’anima stessa riconosce come fondamento del suo stesso essere. E per arrivare all’essenza, diceva A., anche nella pittura si deve arrivare a togliere tutto ciò, che, come per esempio, un impiego troppo compiaciuto dei colori, influisce sui nostri sensi, distraendoci dall’essenziale. Negli anni sessanta, in cui, l’arte astratta era diventata l’emblema dell’avanguardia artistica, Andreani si costruisce poco a poco un suo mondo di forme. Si ispira da un lato alla materia prima dell’ affresco, (la pittura a fresco, cioè sull’intonachino ancora umido era considerato da Andreani, in perfetto accordo con Cennino Cennini l’arte più vaga, ossia la più bella). Ma ciò che lo affascina è la materia grezza, cioè l’intonaco degli antichi dipinti murali,  che rappresenterà un aspetto di base della sua pittura materica. Dall’altro lato egli interpreta i disegni preparatori degli affreschi, le cosiddette “sinopie”, dove l’artista si esprime, disegnando e abbozzando in tutta libertà, prima della definitiva composizione pittorica, dove non sono più ammessi pentimenti, ossia variazioni o correzioni.  E nascono le sue opere materiche, dove  rivivono antichi muri patinati dal tempo con superficie scabre che portano incisi  pochi, ma significativi tracciati pittorici. I disegni sono sagome stilizzate, ispirate alla raffigurazione dei personaggi ieratici, che nelle sue molte peregrinazioni verso chiese e castelli, egli incontra nelle raffigurazioni sacre, oppure sono forme, che ricordano crisalidi del mondo animale o  nuclei dell’atomo, altre volte evoca i graffiti preistorici e i simboli arcaici  con un’interazione fra segni grafici, dove spesso prevale la forma circolare. Il dipinto ad olio su tela, raffigurante il paese di Tubre, dove Andreani aveva lavorato su affreschi romanici con influsso bizantino, è in qualche modo un preludio  al suo distacco dalla pittura figurativa. Il paesaggio di Tubre è del 1954, pochi anni dopo, nel 1957, Andreani si accosterà all’astrazione geometrica, influenzato dal Postcubismo. E nei primi anni sessanta, il suo percorso artistico diventerà manifesto con le sue prime mostre personali a Milano che suscitano molto interesse e vengono recensite dai noti critici d’arte, Giorgio Mascherpa e Raffaele De Grada. Andreani aveva trovato  la sua strada (per dirla con parole sue) e il suo stile rimarrà davvero inconfondibile. Andreani è riuscito ad animare di spiritualità la materia, che come risultato di una elaborazione tecnica lungamente meditata, appare all’osservatore attento, davvero, come smaterializzata, per usare un termine a lui molto caro.






Redatto a cura di Christine Mathà. 














 






























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